Sostenibilità per le filiere agroalimentari

SIL SOSTENIBILITA’ INNOVAZIONE LEADERSHIP

Dott.ssa Silvia Scozzafava ecologa d’impresa

sicurezza alimentare

Sostenibilità per le filiere agroalimentari, oltre la compliance, per la sicurezza alimentare.

Se è vero che siamo quel che mangiamo, come dicono, è vero anche che tendiamo a fare scelte di consumo allineate ai nostri valori, anche nell’agroalimentare. Per qualcuno questo vorrà dire compare made in Italy, per qualcun altro Km zero, per altri ancora biologico o biodinamico. Il fatto è che i consumatori stanno mostrando una crescente attenzione non solo alla qualità organolettica del prodotto, ma anche alla sua storia, al suo contesto produttivo. L’Italia è un Paese con forti tradizioni rurali ed agricole, e un forte legame identitario con il territorio di origine, perfino fra gli abitanti dei maggiori centri urbani. Di conseguenza le scelte di consumo tendono ad essere sempre più orientate a considerare la provenienza, il contesto e le modalità produttive come fattori primari di scelta, e la semplice disponibilità di tali informazioni su un prodotto è capace di conferirgli un vantaggio competitivo senza precedenti, anche grazie agli ausili tecnologici che consentono un rapido accesso a grandi quantitativi di informazioni con la semplice scansione di un QR code da cellulare direttamente nei corridoi dei supermercati (o al banchetto del mercato, perché no).

Perché un altro aspetto affascinante della sostenibilità nelle filiere agroalimentari sono le tante possibilità di coniugare la tradizione con la tecnologia, attraverso l’adozione di sistemi sempre più smart per rendere trasparente l’intero tracciamento di filiera (blockchain, IoT, smart tag, ecc.). Il che significa che l’azienda agricola che vuole ottenere un vantaggio competitivo valorizzando le caratteristiche di sostenibilità dei propri prodotti può trovarsi smarrita nello scegliere una soluzione che non sia né sovradimensionata rispetto alle esigenze, né banamente omologativa. Che si tratti di una azienda con attività di vendita diretta o di un network distributivo locale o nazionale o addirittura internazionale, i piani su cui effettuare le scelte sono molteplici e partono direttamente dal campo, dove ad esempio l’adozione di soluzioni di smart farming e agricoltura rigenerativa possono consentire di proteggere l’ambiente migliorando la produttività, e proseguono poi nelle fasi di lavorazione, dove l’ottimizzazione dei processi e un accurato tracciamento dei passaggi generano ulteriore valore, e infine la fase di packaging e distribuzione, dove si gioca la possibilità per l’azienda di raccogliere tutto il valore generato da un approccio improntato alla cura per l’ambiente e la responsabilità sociale.

E’ importante quindi da un lato avere presente il ventaglio delle possibilità, dall’altro supportare le aziende nelle scelte più adatte al contesto specifico, impostando collaborazioni di durata e impegno adeguato a raggiungere risultati significativi senza appesantire ulteriormente l’attività imprenditoriale con servizi orientati unicamente alla compliance formale.

FAQ

L’avvento della rivoluzione industriale, con lavorazioni meccaniche sempre più spinte e input chimici sempre più abbondanti, ha creato nel settore agroalimentare l’aspettativa di raccolti sempre più abbondanti e di flussi di ricavi crescenti e prevedibili, presupposti su cui si basa buona parte dell’industria agroalimentare globalizzata.

Tutto ciò non ha tenuto conto del fatto che la produzione agricola è ancora in larghissima parte soggetta a variabili ecologiche e climatiche: il progredire del cambiamento climatico, con l’intensificazione degli eventi estremi e la modifica agli schemi climatici consolidati, ha esposto gli agricoltori a rischi legati al completo fallimento delle colture in intere regioni (siccità, gelate tardive, alluvioni, ecc.). Inoltre, gli ausili meccanici e chimici, che sinora hanno garantito elevate rese a bassi costi, stanno scontrandosi da un lato con un profondo degrado dei suoli, impoveriti proprio dalle pratiche intensive che hanno garantito l’abbondanza vista sinora; e dall’altro sono legati strettamente al prezzo del petrolio e al costo dell’energia. Una crisi petrolifera ha effetti immediati sui margini di redditività di una impresa agricola, sia in fase di produzione (maggior costo dei mezzi tecnici) sia in fase di distribuzione (maggiori costi della logistica). Infine, il deterioramento ambientale legato anche a fattori indipendenti dalle pratiche agricole, come l’arrivo di specie esotiche invasive, estremamente dannose per le produzioni e difficili da eradicare, ha determinato ulteriore incertezza e crisi diffusa.

La sostenibilità in agricoltura (declinata attraverso le differenti modalità: biologica, biodinamica, rigenerativa, agroecologica), non è quindi un fattore di marketing per catturare i consumatori più sensibili agli slogan green, ma è ormai un presupposto irrinunciabile per garantire il mantenimento della redditività (per le aziende) e l’approvvigionamento di cibi sani e variati (per i consumatori) nel lungo periodo.

Con il termine Agricoltura Rigenerativa ci si riferisce ad un approccio agronomico che mette al centro la salute del suolo e dell’ecosistema agricolo nel suo insieme, come presupposto per la sostenibilità delle produzioni agricole. Generalmente presuppone che il suolo non venga lavorato in modo pesante o non venga lavorato affatto, e che non venga mai lasciato scoperto con opportuni avvicendamenti di colture appositamente pianificate, allo scopo di preservare la comunità biologica e la sostanza organica che sono fondamentali per mantenere la fertilità naturale, ridurre i patogeni e trattenere maggiore umidità. Al momento non esiste un unico sistema di certificazione standardizzato che garantisca la validità di questo tipo di approccio, che quindi viene praticato (e dichiarato) su base volontaria. Esistono tuttavia alcuni schemi di certificazione privati, che hanno criteri di ingresso poco restrittivi, per favorire il processo di transizione dall’agricoltura convenzionale, ma espongono anche al rischio di etichettare come “rigenerativo” un modello agricolo di poco diverso dall’ordinario.

L’Agricoltura biologica è invece una denominazione che si può applicare solo ad aziende certificate secondo un Regolamento Europeo, che prevede delle norme piuttosto rigide specifiche per tipologia di produzione e verifiche da parte di ispettori indipendenti. Come approccio complessivo, condivide molti dei principi agroecologici su cui si fonda anche l’approccio rigenerativo, ma mette maggiormente l’accento sulla concimazione esclusivamente organica e sull’utilizzo di sole sostanze di origine naturale per la protezione delle colture, escludendo quindi pesticidi di sintesi.

Il termine agricoltura rigenerativa è stato proposto per la prima volta negli anni ’70 dal Rodale Institute, in USA, che considera l’approccio organico, ossia biologico, come presupposto di base per poter dichiararsi anche rigenerativi. L’Istituto gestisce anche il proprio schema di certificazione, chiamato ROC, che è appunto aperto solo ad aziende che adottano anche l’approccio biologico e in più aggiungono pratiche che aumentano la salute del suolo.

Si possono quindi avere aziende che sono solo biologiche (certificate), o aziende che si dichiarano rigenerative (aderendo o meno a schemi di certificazione), o ancora aziende biologiche e rigenerative, che potrebbero essere certificate ROC oppure avere solo la certificazione biologica.

  1. Come la riduzione della chimica in campo migliora la sicurezza alimentare?
  2. Qual è il ruolo dell’adattamento climatico nel prezzo finale al consumo?
  3. Come si gestisce il rischio di “Greenwashing” nella comunicazione della filiera?

conosciamoci meglio…

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